Valli di Argenta, Medicina e Molinella (Ferrara, Bologna)

1 Giugno 2007 2 commenti


Si estendono su un?area molto ampia, caratterizzata da vaste conche geomorfologiche con terreni prevalentemente limoso-argillosi di origine alluvionale, in gran parte occupata fino al XVIII secolo dalle paludi di Marmorta. L?area è stata progressivamente bonificata trasformando le paludi prevalentemente in risaie, ma ancora alla fine del XIX secolo presentava vaste superfici paludose in coincidenza circa dell?area in cui sono state poi realizzate nei primi decenni del ?900 le casse di espansione di Campotto e Valle Santa. Nei comuni di Medicina e Molinella sono state conservate fino al 1950-1960 numerose zone umide utilizzate come casse di accumulo delle acque per le risaie, per la pesca e per la caccia, ma con la rapida diminuzione delle superfici coltivate a riso la maggior parte delle suddette zone umide è stata prosciugata. Tra il 1991 e il 2002, attraverso l?applicazione di misure agroambientali comunitarie finalizzate alla creazione e alla gestione di ambienti per la fauna e la flora selvatiche su seminativi ritirati dalla produzione, numerose aziende agricole hanno ripristinato su circa 1.200 ettari vaste zone umide, praterie arbustate e siepi in prossimità di quasi 300 ettari di vari biotopi relitti (Cassa del Quadrone, Valle Bentivoglia, Valle Fracassata, La Boscosa, La Vallazza, La Fiorentina, Cassa dei boschetti), scampati al prosciugamento e in coincidenza di zone recentemente bonificate. Oltre a queste superfici vi sono le casse di espansione di Campotto e del Bassarone (circa 600 ha), Valle Santa (circa 250 ha) e il Bosco del Traversante (circa 130 ettari), bosco igrofilo a sommersione saltuaria. Il sito comprende un tratto del fiume Reno (lungo 7,6 km) con le relative golene, tra l?impianto idrovoro Saiarino sul canale Botte e il ponte della Bastia, e tratti significativi dei torrenti Idice, Quaderna, Sillaro e dei canali Botte, Lorgana, Garda, Menata, Sesto alto, Centonara che collegano tra loro le zone con ambienti naturali e seminaturali. Pressoché tutta la porzione del sito situata in Provincia di Ferrara ricade all?interno del Parco Regionale del Delta del Po ed al suo interno si trova l?Oasi di protezione della fauna “Valli di Argenta e Marmorta” e una zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar. Nella parte in Provincia di Bologna vi sono le Oasi di protezione della fauna “Cassa del Quadrone” e “Sinibalda bolognese”. Una parte del sito (Valli di Argenta e Marmorta) è interessata dal Progetto LIFE Natura “Ripristino di equilibri ecologici per la conservazione di habitat e specie di interesse comunitario”.

Lungo la Via Romea, nel Delta del Po da Mesola a Comacchio

1 Giugno 2007 1 commento


Lasciata Chioggia (Venezia), ci s?inoltra nell?area del Delta del fiume Po, il più lungo corso d?acqua italiano, e la si attraversa fino alla località Mésola (Ferrara), dove si trova una residenza di caccia estense del Cinquecento: qui ha inizio la Riserva naturale Bosco della Mesola, 1000 ettari di terreno bagnati dal Po, dove convivono in modo singolare ambienti silvestri e palustri, che possono piacevolmente essere percorsi a piedi o in bicicletta.
Pochi chilometri e s?intravede la sagoma del quasi millenario campanile dell?abbazia di Pomposa, che segnala da lontano l?importante complesso monumentale romanico, fondato su questi pianeggianti territori bonificati. L?abbazia è composta dalla basilica di Santa Maria in stile ravennate fiancheggiata dall?alto campanile, dal monastero che conserva notevoli affreschi trecenteschi e dal palazzo della Ragione.
Ancora canali, terre rubate all?acqua ed ora coltivate con profitto: questo il paesaggio che circonda Comacchio, cittadina costruita su ben 13 isole, collegate da ponti. Nei dintorni si estende il Parco del Delta del Po dell’Emilia Romagna, oltre 52 000 ettari di aree ricche di biodiversità, che conservano al proprio interno la maggiore estensione italiana di zone umide tutelate, dichiarato dall?Unesco, insieme alla città di Ferrara, Patrimonio dell?Umanità.

Riferimenti: Sito ufficiale dell’Abbazia di Pomposa

Il Delta del Po, il Bosco della Mesola e l?Abbazia di Pomposa

1 Giugno 2007 1 commento


La visita del Delta del Po è ideale a bordo della motonave partendo da Gorino (Ferrara), ultima cittadina abitata lungo il Po di Goro nonché caratteristico centro peschereccio. L’abilità del capitano e l’esperienza della guida fanno conoscere le bellezze del Delta. Si scivola sul Po di Goro incontrando prima la lanterna vecchia, un tempo luce dei naviganti e oggi comodissimo osservatorio ornitologico, e poi il nuovo faro, costruito negli anni Cinquanta sull’?Isola dell’amore?, attorniata da grandi canneti e ricchissima di fauna acquatica, proprio alla foce, dove si consuma il magico abbraccio tra il fiume e il mare. Poi è la volta della Sacca di Goro o degli Scardovari con gli allevamenti di cozze e vongole, il Po di Volano o della Donzella, l’isola dei Gabbiani e la valle di Gorino. Quest?ultima è una vera e propria stazione ornitologica dalla quale è possibile ammirare un?innumerevole quantità di uccelli che nidificano soltanto qui: aironi rossi, bianchi e cinerini, garzette e nitticore, e anche lo schivo falco di palude che, assieme alle volpoche e alle rarissime beccacce di mare, rende generalmente ancora più affascinante questa visita nella terra degli aironi.

Il Bosco della Mesola e l?Abbazia di Pomposa

La prima tappa sulla terraferma ci porta al Bosco della Mesola, lembo di foresta mediterranea e relitto dell?antica tenuta di caccia dei duchi d?Este, che ospita una popolazione autoctona di cervi. Un paesaggio che attualmente si estende per poco più di un migliaio di ettari, ricoperti in prevalenza da lecci, ai quali si alternano piante igrofile nelle depressioni interdunali e farnie nella zona più occidentale. Poco distante dal bosco si trova l?Abbazia medioevale di Pomposa, centro propulsivo delle bonifiche medioevali operate dai monaci benedettini. L?abbazia, insediamento monastico benedettino del IX secolo, era in origine circondato dalle acque. L?architettura, interamente in mattoni dell’atrio e del campanile e i preziosi affreschi di scuola bolognese e riminese del 1300 nella basilica, nel refettorio e nella sala capitolare ne fanno uno dei più significativi esempi di arte romantica in Italia. Immerso nel silenzio di questi luoghi Guido Monaco inventò le note musicali.

Riferimenti: Sito ufficiale Abbazia di Pomposa

Viaggi di Educazione Ambientale nel Delta del Po, tra Veneto ed Emilia

31 Maggio 2007 Nessun commento


Dal Bosco della Mesola alle Valli di Comacchio, dalle Valli di Argenta alle zone umide di Ravenna. La scuola in un’area protetta è una fondamentale risorsa locale che diviene elemento di sviluppo in un complesso sistema di interessi storicamente contrapposti, quali quelli produttivi e conservazionistici. Il nuovo scenario entro cui la politica di un’area protetta deve muoversi è definito dalle politiche dello sviluppo locale sostenibile, il cui concetto implica la conservazione delle risorse, ma non ne impedisce la fruizione. L’obiettivo è il consolidamento dell’interesse verso il patrimonio naturale e culturale per valorizzarlo ed accrescerlo ciò è possibile se in futuro si riuscirà a rendere efficace l’integrazione dell’area protetta con il tessuto economico del territorio che la ospita. Il Parco del Delta in questo contesto deve assolvere un ruolo attivo, e diretto, nel coinvolgimento della popolazione, partendo da un approccio innovativo e globale del mondo della scuola con specifici progetti. Partecipando, ad esempio, alla formazione di insegnati e operatori delle proprie strutture educative. La costruzione di una cultura naturalistica con la percezione del proprio territorio, in termini di risorse ambientali e culturali, è alla base e condizione indispensabile di un vero sviluppo.

Dal faro di Punta Maestra a Scano Boa, il respiro del Delta

12 Febbraio 2005 Nessun commento


A Scano Boa, il più famoso degli scanni del Delta, Gian Antonio Cibotto ha
ambientato il romanzo omonimo dal quale sono stati tratti due film, in cui l?autore interpreta una storia accaduta realmente, l?isola in cui registrò una storia di ordinaria ?fatalità?. Scano Boa, pubblicato la prima volta da Rizzoli nel 1961, è un racconto esemplare: tanto netto, preciso e reale è l?ambiente del Delta, disegnato con l?amorosa passione di chi nella sua terra si specchia e si riconosce eppure in essa ritrova la memoria dolente della storia secolare di un popolo che ogni giorno a fatica ha raggiunto la sera, tanto è simbolica e suggestiva la disperata avventura del vecchio protagonista. Di seguito la trama.
Nel delta un giorno arrivò un vecchio che, per procurarsi i soldi necessari per l?assistenza legale di un figlio detenuto in carcere, si improvvisò pescatore di storione. Ma in mare, durante una notte di pesca, la barca affondò e il vecchio morì annegato. La mattina seguente, recuperato il cadavere, il prete e due chierichetti accompagnando la salma al cimitero, nel risalire il Po furono richiamati da grida che provenivano da due donne sulla sponda del fiume. La barca accostò e fu fatta salire a bordo una giovane che, colta dalle doglie di parto, non sapeva dove «sbattere la testa». Quel «convoglio» carico di vita e di morte, ripartì quindi verso l?ospedale dove la donna mise al mondo una bambina.
«Ecco, la fatalità del delta: quella bambina, Claudia Beltrani, ora è una
signora sposata, ha dei figli, vive a Torino lavorando come parrucchiera…
A sottolineare il suo amore per il Delta del Po, Cibotto ha annunciato recentemente: ?Mi è arrivato tra le mani tutto il lavoro di ricerca del regista Dall?Ara prima di girare Scano Boa, con tutte le confidenze e le confessioni della gente che aveva incontrato. Ora c?è la necessità di metterlo in mano a un editore che ami il Delta?.
Ma Scano Boa e Pila ispirarono anche la poesia “L’Anguilla” di Montale:

L’Anguilla

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?

Riferimenti: Birding Italy sito ufficiale

Sul faro di Pila (Rovigo) con Eugenio Montale e Gian Antonio Cibotto

11 Febbraio 2005 Nessun commento


Prima della seconda guerra mondiale, il vecchio faro di Pila, poi demolito, era più o meno dove adesso c?è Pila stessa: porticciolo, imbarcazioni, 400 abitanti e una banca, e questo ti fa capire come la pianura si sia allungata. In “Veneto Felice” Giovanni Comisso ha raccontato di quando vi si raccoglievano i canneti e sembrava d?esser giunti ?in un?isola malese?. Anche lui arrivò qui dove ?il Po non aveva più corrente e le onde che si scioglievano sulla spiaggia rigurgitavano su di esso?. In precedenza, Eugenio Montale ne ?Il Corriere della Sera? del 6 ottobre del 1954, riportò una felice recensione nei confronti del «giovane rovigotto» Gian Antonio Cibotto e le sue ?Cronache dell?alluvione?, libro uscito appunto nel 1954 e dedicato alla grande alluvione che colpì il Polesine nel 1951. Dice Cibotto: «Montale, incuriosito dai miei racconti riportati nel libro, mi fece sapere che avrebbe voluto visitare i luoghi dove si erano sviluppati, il delta dove avevo già ?portato? Pavese, Vittorini, Levi e molti altri ancora… Appena ci incontrammo sulla piazza di Contarina, mi chiesi come avrei fatto a portare a termine l??impresa?… Eh sì, un?impresa: sua moglie, che l?accompagnava, era mezza cieca, con quelle lenti spesse come il fondo di un bicchiere e Montale claudicava come una mucca a tre zampe. Ci avviammo verso Scano Boa, (dove Cibotto ha ambientato il romanzo Scano Boa ? Marsilio Editori ? dal quale sono stati tratti due film, in cui l?autore interpreta una storia accaduta realmente), l?isola in cui registrai una storia di ordinaria ?fatalità?». Montale, nel nostro girovagare tra i canali sepolti dalle canne, stupito dal mistero di quei luoghi, fece riferimento all?ineluttabilità del destino. Ma quando ormeggiammo a Pila, dove intendevo condurlo al mercato del pesce, fu affascinato dalla visione del grande faro per i naviganti, dove il Po si tuffa in mare: il nuovo faro di Punta Maestra che ha sostituito quello di Pila. Ci fu consentito di salire e una volta raggiunta la sommità della sorgente luminosa, Montale fu colpito da un?evidente emozione di fronte allo scenario del panorama che ci attorniava. A un tratto incominciò a cantare strofe di romanze che gli passavano per la mente, di un repertorio quasi infinito. Io e sua moglie, in silenzio, assistevamo incantati a quel concerto di una voce in cielo accompagnata dal vento del delta, che finiva nel mare. Rimanemmo quasi un?ora sulla cima del faro e, discendendo poi quella serie di scalini tortuosi, il Poeta mi riferì che in gioventù aspirava a diventare un cantante lirico, un baritono. ?Poi? mi confidò, alquanto corrucciato, ?il mio maestro di canto morì e io abbandonai sul nascere il mio sogno, per intraprendere un?altra strada?. Intanto, sulla strada del ritorno ogni tanto venivamo avvolti dalla nebbia. Montale mi chiese cosa rappresentasse per me la nebbia. La nebbia è il ?tabarro? che indossavano i nostri contadini in inverno. La nebbia ti copre e ti protegge, annulla tutto. Questa casa dove ora ci troviamo, è accanto a una strada trafficata, invasa dai rumori. Quando cala la nebbia, il ?baccano? delle macchine non si sente più. E così si può sognare e pensare, custoditi in una sorta di eremo appartato, dove la fantasia ritrova la dimensione perduta».Accompagnandomi alla porta, tra quei meandri di libri accampati, Cibotto, «il Toni», saluta a mezza voce. «?…l?iride breve, gemella / di quella che incastonano i tuoi cigli / e fai brillare intatta in mezzo ai figli / dell?uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu / non crederla sorella?…?. E ?L?anguilla?, la poesia più bella di Montale. Se il Poeta non avesse letto le mie ?Cronache dell?alluvione? che lo indussero a visitare il delta del Po, probabilmente questa grande. poesia, ?liberata? un pomeriggio sul faro di Pila, sarebbe rimasta nascosta dentro di lui, per sempre». Fatalità.
Il Faro di Pila è sia faro ad ottica rotante che radiofaro e racon (dall’inglese “Radar becon”). Le sue coordinate geografiche sono: 44° 58.1, 12° 31.8. Il faro mantiene la peculiarità di essere la costruzione in muratura più ad est del delta. II Po Grande, o Po di Venezia, oltre l?incile di Busa Tramontana volge immenso verso il mare, dalla sponda sinistra quasi non si vede l?ultima diramazione di Busa Scirocco. La bassa prospettiva consentita dalle imbarcazioni inganna i visitatori, il faro sembra emergere dal canneto come un solido cippo. Anche se ancora fiume, siamo ad un paio di km dalla foce vera e propria, il Po è oramai tutt?uno con il mare. Per arrivare al faro, la navigazione in Po non dura più di un dieci minuti o un quarto d?ora da Pila. Dalla sua darsena, il luogo appare veramente come fuori dal mondo; lo stato, seppur dignitoso, necessitante di qualche manutenzione. In adiacenza sorge la vecchia caserma abbandonata. Oltre alla palazzina con gli alloggi dei due faristi, che si alternano al presidio, l?unica altra costruzione è costituita dalla sagoma cilindrica del faro; la cui altezza sul medio mare è di oltre trenta metri, raggiungibili con un comodo e moderno ascensore. Dalla sommità la vista dell?area naturale è veramente eccezionale, tutt?intorno valli, barene e rami deltizi senza soluzione di continuità. Verso sud, oltre il Po Grande, si intravede la lama sabbiosa di Scano Boa e la macchia di cespugli che circonda alcuni casoni tradizionali in canna palustre. Il 12 febbraio 1944 naufragò davanti a Punta Maestra la nave traghetto San Giorgio, costruita a Trieste nel 1914.

Riferimenti: Birding Italy sito ufficiale

Secondigliano, Napoli: a scuola va in scena ?Scugnizzi?

23 Gennaio 2005 Nessun commento


A Secondigliano, la favola dei Ragazzi del Coro: un insegnante mette in piedi un gruppo musicale. Gli studenti si appassionano, studiano e così stanno lontani dalla strada. Adesso incidono cd e la loro avventura è diventata anche un musical? ?Il professore di educazione musicale ? racconta uno dei ragazzi – è riuscito a fare promuovere anche me, all´esame di terza media. In seconda ero stato bocciato due volte. L´esame me lo ricordo bene: storia, geografia, matematica poi il professore di musica mi ha detto: ?Adesso canta, fai vedere come sei diventato bravo?. E io ho cantato. Vuole sentire? ?Me dispiace sulamente / ca l´orgoglio ‘e sta gente / se murtifica ogni juorno / pe na´ manica ‘e fetiente?. Io e altri quindici ragazze e ragazzi abbiamo fatto un coro. Abbiamo inciso un cd e poi sono arrivati anche i ballerini e gli attori e siamo riusciti a fare un musical. Quando abbiamo sentito gli applausi, non volevamo crederci?. Il professore in questione si chiama Massimo Valenti, napoletano del Vomero, che dice: ?La scuola è una cosa seria. Gli insegnanti hanno responsabilità enormi, soprattutto qui. Se non dai un´educazione e anche la possibilità di imparare un lavoro, altri mestieri vengono subito offerti ai ragazzi?. La San Domenico Savio, l´ultima volta, è stata “distrutta” quattro anni fa. ?Un gruppo è entrato di notte e ha spaccato tutto ciò che si poteva spaccare. Perché? Non tutti sono contenti se c´è una scuola che funziona e che viene vissuta come un piacere dai ragazzi. E? una scuola che insegna le regole e il rispetto, e pretende che i ragazzi frequentino, studino e facciano i compiti. ?Tutto è cominciato – racconta il professore – nel dicembre 2003, quando una collega mi chiese un aiuto per preparare i canti di Natale. Sapeva che sono laureato in musicologia, anche se qui faccio informatica. Ho provato a fare cantare alcuni ragazzi, ed ho capito che c´erano delle belle voci. Mi sono detto: perché non tentare una follia? Preparo i ragazzi, incidiamo un cd, e facciamo sapere a tutti che Secondigliano non è solo il paese delle scuole devastate. Vado dal preside, gli espongo un progetto e lui accetta. Ma, con un progetto come questo, le ore stabilite se ne vanno in due settimane, e se a scuola vuoi costruire qualcosa di diverso, devi fare soprattutto il volontario. Otto, dieci ore al giorno per sei mesi, invece delle 18 settimanali? Mettere insieme un coro è impegnativo. ?È un insieme di individui – dice il professore – che vorrebbero restare tali. Ci sono però i più bravi e gli altri debbono riconoscere le loro qualità. Allo stesso tempo i più bravi non debbono montarsi la testa. Anche questa, credo, è educazione. Con i mezzi a disposizione abbiamo fatto miracoli: un mixer vecchio, il mio computer portatile e un solo microfono. Tutte le voci registrate singolarmente giù nell´ex laboratorio di cucito… Ma alla fine ci siamo riusciti, anzi, ci sono riusciti loro. La scuola non ha regalato niente a questi ragazzi. Si sono impegnati, hanno sudato, hanno passato tutti i loro pomeriggi a scuola fino alle 17 e poi hanno preparato anche l´esame di terza media?. Dice il preside: ?A Secondigliano hanno chiuso anche l´ultimo cinema. Per questo uno spettacolo a scuola è ancora più importante. Puntiamo molto sui laboratori: ne abbiamo tanti, dalla ceramica all´informatica, dai costumi al giardinaggio. Le conoscenze non bastano, sono necessarie anche le abilità che possono trasformarsi in mestieri. Senza queste proposte, la scuola fallisce?. Antonio, sedicenne, dice. «Ho il diploma di terza media e non sono andato a fare il fornaio a venticinque euro la settimana. Tutta l´estate ho fatto una tournèe nelle piazze con Claudio Carluccio, cantante e chitarrista. Tanti paesi e città, qui in Campania, in Puglia, in Calabria e anche a Roma. Ho fatto il tecnico del suono e sono anche salito sul palco, per cantare. Fra pochi mesi ricomincio, e intanto faccio un corso di informatica». Si ferma a parlare a lungo con il professore, quando già scende il buio, sotto la statua della «Bianca Regina dei Pirenei». Ha bisogno di consigli per il futuro. Da queste parti «’E piccirilli» – così Antonio canta in «Ajere» (ieri), la sua canzone preferita – sono «gente c´afferra / a vita p´e capille».

Ferrara, patrimonio mondiale dell’umanità

19 Gennaio 2005 Nessun commento


Ferrara deve molta della sua storia alla dinastia degli Estensi, dinastia principesca dell’Italia padana le cui origini alto-medievali rimontano quasi sicuramente alla famiglia degli Obertenghi, di ascendenze longobarde. L’effettivo capostipite della casata è da considerarsi tuttavia Alberto Azzo II (circa 996-1097), signore del castello di Calaone (Este), nel Padovano. A quasi un secolo dalla sua morte, Obizzo I raccoglie nel 1184 l’eredità degli Adelardi di Ferrara, anche dal punto di vista politico, poiché la famiglia degli Estensi subentra loro nel ruolo di oppositori alla fazione ghibellina dei Torelli. Di qui si giunge al pieno controllo della città: con Azzo VII, podestà poco oltre il 1240 (nel frattempo il fratello Aldobrandino era stato addirittura privato del castello avito dai Padovani), e con suo nipote, Obizzo II (1247-93), fatto proclamare signore perpetuo di Ferrara da un’assemblea popolare. Il passaggio dalla dimensione della nobiltà feudale a quella cittadina comporta anche la fine di un preminente ruolo culturale tenuto dalla prima corte estense, e vivo fino alla giovinezza di Azzo VII: quello di aver dato ospitalità, nel maniero padovano, a trovatori e giullari transalpini, esponenti, come Aimeric de Peguilhan, dell’estrema fase della poesia occitanica, prima che la crociata contro gli Albigesi (1213) ne decretasse l’esaurimento. Dopo alterne vicende, nel 1332 il papa concede agli Estensi il vicariato, ma lungo tutto il secolo la casa non esprime personalità di rilievo, fino a Niccolò III (nato nel 1383 e al potere per quasi un cinquantennio, dal 1393 al 1441), spregiudicato e circonfuso da un’aura di crudeltà disumana (fa uccidere la seconda moglie, Parisina Malatesta, e il figlio illegittimo Ugo – implicati in una relazione – per favorire gli altri due bastardi avuti dalla relazione con Stella dei Tolomei: Lionello e Borso ). Alla morte di Gian Galeazzo Visconti, nel 1402, l’Estense cerca di approfittare della dissoluzione dello Stato visconteo impadronendosi di Reggio e Parma (ma nel 1420 dovrà poi cedere la seconda a Filippo Maria Visconti per non perdere la prima), e inizia quella politica altalenante con i due maggiori potentati contermini – il ducato di Milano e la Repubblica di Venezia – che sarà poi tipica della dinastia. A Niccolò – morto improvvisamente a Milano nel 1441 (forse avvelenato) – succedono gli illegittimi Lionello (fino al 1450) e quindi, per un ventennio, Borso (1450-71), sotto i quali Ferrara inizia a trasformarsi in uno dei maggiori e più splendidi centri del Rinascimento, in virtù di un rinsaldato legame tra esercizio del potere e cultura, altamente fruttuoso per tutto il XVI secolo. Venuto a mancare anche Borso, gli subentra il fratello legittimo Ercole I (figlio della terza moglie di Niccolò, Rizzarda di Tommaso di Saluzzo) dal 1471 al 1505, che saprà guidare con mano ferma lo Stato tra le prime, tragiche conseguenze della spedizione di Carlo VIII di Francia in Italia (1494), e nondimeno proseguire il mecenatismo dei fratelli. A Ercole subentra il figlio Alfonso I, che si trova a governare in anni difficilissimi; lo Stato arriva al minimo della sua estensione e per due volte rischia di scomparire, prima sotto i colpi di Giulio II, del duca di Urbino, dei Lucchesi, durante la guerra di Cambrai; poi sotto quelli di Leone X al tempo dello scontro tra Francesco I e Carlo V per la successione imperiale alla morte di Massimiliano I (1519). In quei frangenti il papa aveva infatti annesso allo Stato della Chiesa le conquiste fatte dal nipote Lorenzo nel 1516 (ducato di Urbino, Parma, Piacenza e Reggio) e, garantendo il suo appoggio a Carlo V nella lega del 1521, aveva ottenuto dall’Imperatore anche la cessione di Ferrara. Con il figlio di Alfonso, Ercole II, duca dal 1534 al 1559, e sollecito nel mantenersi neutrale tra Francia e Impero, la casa d’Este conosce invece un venticinquennio di pace, eccezion fatta per l’alleanza con papa Paolo IV ed Enrico II di Francia contro Filippo II di Spagna tra il 1556 e il 1558. Alla sua morte gli succede naturalmente il primogenito maschio Alfonso II (nato nel 1533), quinto e ultimo duca di Ferrara, Modena e Reggio dal 1559 al 1597. Con lui la corte vive anche l’ultima e probabilmente la più fastosa delle sue stagioni. Trascorre gran parte della sua giovinezza alla corte francese di Enrico II, tornando in Italia per sposarsi, nel 1558, con Lucrezia de’ Medici, figlia del granduca Cosimo I, e poi l’anno successivo per assumere il comando del ducato ferrarese alla morte del padre. L’ingresso della giovanissima moglie a Ferrara, il 27 febbraio 1560, dà l’avvio alla successione di feste, giostre, mascherate carnevalesche, rappresentazioni teatrali, per cui la città andò famosa. Il nuovo duca ama del resto circondarsi di un fasto degno di un grande monarca (oltre trecento persone addette soltanto al suo servizio personale; un’imponente quantità di uomini e animali per la caccia; una nutrita guardia del corpo): ciò che finirà – inevitabilmente – per esautorare, verso la fine degli anni ’70, le finanze del ducato. Ma il periodo di pace diffusa, in Italia e in Europa, seguito al trattato di Cateau-Cambrésis (1559) permette al duca di dedicare tempo e risorse al mecenatismo e all’incremento culturale tradizionali degli Estensi. Tra i molti letterati da lui protetti e accolti a corte (Giovan Battista Guarini, Giovan Battista Pigna, Francesco Patrizi, Pirro Ligorio ecc.), spicca l’inquieta personalità di Torquato Tasso (1544-1595), che a Ferrara si trasferì nel 1565, entrando dapprima a servizio del cardinale Luigi d’Este, fratello del duca (morto nel 1586), poi, dal 1572, dello stesso Alfonso, che lo nominò l’anno seguente lettore di Geometria e Sfera nello Studio ferrarese. Sempre nel 1573 il poeta era stato tra i principali artefici di un’altra celebre festa teatrale di corte, allorché, il 31 luglio, nel palazzo dell’isoletta del Belvedere (trasformata in giardino di delizie da Alfonso I, tra il 1514 e il 1516) si rappresentò per la prima volta la sua favola pastorale in cinque atti Aminta. Seguirono quindi gli anni più tormentati del soggiorno ferrarese e della stessa vita di Tasso, segnati dalle progressive segregazioni, a partire dal 1577, nel castello Estense; nel convento di San Francesco e infine, dal 1579 al 1586 la quasi detenzione nell’ospedale di Sant’ Anna. Molti furono anche gli artisti e i musici protetti dal duca, sebbene in assenza di nomi di grandi rilievo. E speciale attenzione è dedicata anche all’arricchimento della Biblioteca, per la quale Alfonso ordinò che fossero ricercati tutti i libri pubblicati dal momento dell’invenzione della stampa. Un problema tuttavia si fa sempre più assillante a corte, ed è quello della successione, dato che il duca non sembra possa avere figli. L’erede non verrà infatti né dalle tre mogli legittime (Lucrezia, morta nel 1561; Barbara d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I, sposata nel 1565 – fu questa l’occasione per un’altra grandiosa festa, un Trionfo d’Amore, cui assistette il giovane Tasso – e morta nel 1572; Margherita Gonzaga, figlia di Guglielmo duca di Mantova e Monferrato, sposata infine nel 1579) né da relazioni illegittime. Il fatto permetterà al papato di rivendicare nuovamente il possesso di Ferrara, anche sulla base delle prescrizioni contenute nella bolla Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae, pubblicata da Pio V nel 1567, che faceva divieto di infeudare i bastardi di proprietà della Chiesa. A questo documento si sarebbero richiamati anche i papi successivi, Gregorio XIII, Gregorio XIV e da ultimo Clemente VIII, irremovibile nel riconoscere come erede del ducato Cesare d’Este, figlio di un bastardo di Alfonso I, Alfonso d’Este (1527-1587, sposatosi nel 1549 con Giulia della Rovere, figlia di Francesco Maria duca di Urbino; legittimato tuttavia nel 1532 dal cardinale Innocenzo Cybo e l’anno successivo dallo stesso padre, che gli aveva assegnato come appannaggio il feudo marchionale di Montecchio, facendogli quindi ottenere l’investitura imperiale). Il più giovane Estense era stato riconosciuto a sua volta come duca di Modena e Reggio dall’imperatore Rodolfo II, nel 1594, dietro il pagamento dell’ingente somma di 400.000 scudi. Subito dopo la morte di Alfonso II è investito anche del titolo di duca di Ferrara, ma qualche giorno dopo, a Roma, il papa dichiara la devoluzione del ducato ai possedimenti della Chiesa a causa dell’estinzione in linea diretta della casata estense («ob lineam finitam»), e intima al nuovo duca, pena la scomunica, di adeguarsi a tale risoluzione. Comminata l’interdizione religiosa il 23 dicembre 1597, il bigotto e pauroso Cesare, timoroso altresì di un conflitto armato non meno che del diffuso malcontento sociale, accetta di risolvere la questione per via diplomatica. Delega quindi a trattare con il legato pontificio Lucrezia d’Este, sorella del defunto Alfonso II e duchessa d’Urbino, che, mossa forse da uno spirito di vendetta nei confronti del fratello (il quale più di due decenni prima le aveva fatto uccidere un amante), accetta incondizionatamente nella capitolazione di Faenza (13 gennaio 1598) la devoluzione del ducato e di tutta la Romagna allo Stato della Chiesa. Finisce con quest’atto la signoria degli Estensi su Ferrara, iniziata quattro secoli prima con Obizzo II. La corte si trasferisce di lì a poco nella più piccola e disagiata Modena, con irreparabile diminuzione di prestigio e incidenza politica. La decadenza prosegue nel secolo successivo finché nella seconda metà del Settecento i diritti della casa d’Este passano all’Austria, in virtù del matrimonio tra Ferdinando Carlo Antonio, figlio di Francesco di Lorena e Maria Teresa d’Austria con Maria Beatrice d’Este (15 ottobre 1771). La linea d’Austria-Este si estingue nel 1875 con il figlio di Francesco IV, Francesco V.

Riferimenti: Fotografie della città su Ferrara City foto

La Rapana venosa, una specie invasiva nel Delta: la mangiamo ?

16 Gennaio 2005 Nessun commento


Rapana venosa è il più grande mollusco gasteropode della famiglia dei muricidi vivente nel Delta del Po: la specie proviene dal Mar del Giappone e si è diffusa per apporto antropico inizialmente nel Mar Rosso, quindi nel Mar Nero e infine nel Medio e Alto Adriatico, dove attualmente risulta localmente comune. Il primo ritrovamento sulle coste dell’Emilia-Romagna è del 1973. La forma generale della conchiglia, che può raggiungere i 15 cm., è ampia e rigonfia ed è inconfondibile; possiede una bella conchiglia a spirale dove vanno rimarcati l’ampio obelico dalle pareti rossicce, la fila di tubercoli cavi e smussati alla spalla, l’ampia apertura arancione lucente. La superficie è percorsa da numerosi solchi spirali; sono in generale assenti vistose interruzioni di crescita o varici, come si osservano facilmente in altri muricidi. Il colore è bruno-fulvo. La specie si rinviene spiaggiata con relativa frequenza su alcune spiagge del Delta, in genere a seguito di violente mareggiate. Il suo ingresso nelle acque del Delta aveva inizialmente destato una certa preoccupazione, in quanto è una specie carnivora predatrice di bivalvi, quali cozze, vongole e ostriche. L’impatto sugli allevamenti di molluschi è comunque trascurabile ed al contrario la sua presenza è apprezzata da pescatori dilettanti e da collezionisti. Sull’argomento esistono pubblicazioni riferite alla sua persenza anche in altre acque, come ad esempio le coste americane dell’Oceano Atlantico. Infine, di seguito compare un link per scaricare ricette per la preparazione di questo mollusco: combattiamo le specie invasive mangiandole !

Riferimenti: Ricette per cucinare la Rapana venosa

Domeniche senza auto: non si risolve così il problema dello smog

14 Gennaio 2005 Nessun commento


Ridurre la circolazione delle auto non risolve il problema dello smog, che e’ legato alla scarsa efficacia dei servizi di trasporto pubblico. E’ il parere degli esperti dell’Apat (l’agenzia scientifica del ministero dell’ambiente) e del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). Sottolineano tra l’altro un fatto singolare: il blocco del traffico in alcune zone della citta’ crea inevitabilmente ingorghi e code in altri quartieri con l’effetto paradossale di aumentare lo smog.
Riferimenti: Sito APAT (Agenzia Protezione Ambiente)